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lunedì 4 marzo 2013

NEL NOME DELLA MADRE-VERNISSAGE DI FOTO E POESIA

CHIARA PASQUALINI IN "MOSTRA"

PRESSO IL CENTRO CULTURALE GABRIELLA FERRI ZETEMA CULTURA
Largo Antonio Beltramelli (Roma Pietralata)











FOTO DI CHIARA PASQUALINI
VOCE DI MONICA MAGGI

 3 marzo - 8 marzo
Settimana di cultura dedicata alla donna


NEL NOME DELLA MADRE:

5 scatti che ripercorrono la storia del mondo attraverso le mani e la gestualità delle donne.
Dal peccato originale (NI UNA MAS)), alla creazione fino al mito delle parche, per trovare uno sguardo diverso sul mondo.


POESIA E MITO:

una sequenza di poesie di donne accompagnerà gli scatti.
(le foto sono acquistabili)
 



"Le donne sono la culla dell'umanità intera. L'alfa e l'omega della vita. Da loro si comincia e con loro si termina."
 
NOI ERAVAMO LI' By * LuisLuce
 



La mostra che verrà: “Nel Nome della Madre”. Intervista a Chiara Pasqualini

 
cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.    

 
 
 
Chiara PasqualiniChiara Pasqualini è una giovane donna e una giovane fotografa, è nata a Roma il 7 maggio 1985 e quella che avrà luogo dal 3 all’8 marzo 2013 al Centro Culturale Gabriella Ferri sarà la sua prima mostra personale. Di fotografia, ovviamente. Quel che è meno ovvio, però, è il soggetto: mani di donna. Già visto, forse, ma non così. Non con il suo sguardo, non con il suo bianco e nero, non con il suo intento e talento. E allora scopriamola, questa giovane donna e giovane fotografa. O almeno proviamoci.




Chiara, intanto raccontami, come stanno andando i preparativi per Nel Nome della Madre?
È tutto molto frenetico e vitale. Proprio pochi giorni fa mi è arrivato il fuso che aspettavo dalla Scozia, che però non ho fatto in tempo a utilizzare, ripiegando su un bambù…
 
 
Un fuso scozzese e un bambù romano…
Lo so, sembra una barzelletta, ma è davvero una bella storia… Dal momento che tre degli scatti riguardano il mito delle Parche, per uno di questi avevo bisogno di un fuso; peccato che a quanto pare in Italia non se ne trovino, così mia madre, cercando su Internet, si è messa in contatto con una signora che vive in Scozia, appunto, che ci ha spedito il fuso senza nemmeno aspettare il pagamento (purtroppo non è arrivato in tempo, e qui entra in scena il bambù trovato per strada). Ma la vera bellezza di questo episodio sta in un ulteriore retroscena: la signora scozzese si è così appassionata al mio progetto, da volere che le mandassi via e-mail le mie fotografie per pubblicarle sul suo blog. E poi c’è il materassaio vicino casa che mi ha regalato un bel po’ di lana grezza, che mi è servita sempre per gli scatti delle Parche. Sono piccoli gesti, che però mi hanno resa consapevole di quanto, in realtà, gli altri siano (ancora) disposti a innamorarsi dei sogni altrui e diventarne, in piccola o in grande parte, gli artefici e i sostenitori. Non ho ricevuto solo l’appoggio della mia famiglia, vitale e corroborante, ma anche di persone a me estranee (o quantomeno inaspettate) che mi hanno sorpresa e commossa con i loro gesti di vicinanza e partecipazione attiva. Comunque andrà la mostra, quello che ho raccolto finora è già un successo.
 
 
Dunque sembra proprio che questo tuo progetto fotografico sia nato sotto una buona stella. Ma come è nata l’ispirazione?
Ad essere sincera, l’ispirazione è stata l’occasione, infatti tutto è iniziato quando ho incontrato il Centro Culturale Gabriella Ferri grazie a Monica Maggi. Qualche settimana fa mi avevano chiesto se sarei stata interessata a esporre delle fotografie, in quanto avrebbero voluto aprire un ciclo di incontri dedicati alla Festa della Donna iniziando dai miei lavori. Io ovviamente ho accettato e siccome sono da sempre affascinata dalla gestualità, mi è venuto naturale scegliere come soggetto le mani, nel tentativo di dare un nuovo significato alla figura femminile, o almeno provare a guardarla da un’altra angolazione, focalizzandomi su un particolare fisico sul quale difficilmente ricade l’attenzione, ma che per me è foriero di Vita quanto di Morte. E poi mi piaceva l’idea di poter esporre, per la prima volta da sola, in questa nuova realtà culturale che si trova in zona Tiburtino-Pietralata, quella che una volta avremmo definito periferia, ma che ad oggi risulta ampiamente inglobata nella città, pur rimanendo ancora lontana dalle geografie culturali di Roma le quali, di fatto, restano radicate nel Centro storico. Mi è piaciuta l’idea di un luogo attraverso cui far uscire le arti dai confini tracciati dalle Mura e dall’abitudine, donandole alla popolazione per creare un tipo di educazione orizzontale, più simile a un racconto che a una lezione ex cathedra. In più il Centro sorge in un’area in cui le case sono abitate da moltissimi artisti, il che dona tutta un’altra atmosfera…
 
 
Quindi, più dettagliatamente, qual è l’esegesi del progetto?
Si tratta di cinque fotografie che narrano di cristianità e di mito. Infatti, una fotografia è assimilabile alla Creazione, un’altra – nata in tempi non sospetti, per così dire, in occasione di Ni Una Más – raffigura il Peccato originale e le ultime tre riguardano il mito delle tre Parche: la più giovane tesse il filo della Vita; poi la mezzana lo intreccia e infine la più anziana lo recide. Queste fotografie rappresentano, secondo il mio punto di vista, modi diversi per essere madri non solo in quanto genitrici, ma anche come soggetti ai quali è affidata la vita e la morte, soggetti in grado di avere cura dell’altro e accompagnarlo fino all’ultima ora; in tal senso sono l’alfa e l’omega. Non ho voluto, con questo lavoro, affrontare l’urgenza sociale che gravita attorno alla figura della donna bensì privarla delle sovrastrutture che le sono state caricate addosso, soprattutto dalla cultura occidentale, lungo il corso dei secoli e provare a guardare alla donna semplicemente in quanto donna, prima che come moglie, compagna, madre, figlia ecc. E ho voluto farlo attraverso le mani, perché sono gli strumenti del fare, determinano azioni semplici tanto quanto azioni eroiche o nefande: i gesti non mentono, sono la nostra verità inconsapevole.
 
 
E la scelta del bianco e nero?
Questo riguarda una mia necessità personale: nonostante scatti sempre a colori, ci sono determinate cose che riesco a vedere davvero solo convertendole in bianco e nero, che per me rappresenta la porta dell’eterno. Una fotografia in bianco e nero non invecchia mai, anche se ha trent’anni sembra scattata ieri, rimane sempre attuale e riduce l’attenzione di chi guarda sulla sua essenzialità, sulla sua verità e sulla sua rigorosa armonia.
 
 
Se penso a fotografie di mani mi viene in mente Alfred Stieglitz, fotografo statunitense vissuto tra il 1864 e il 1946. Il suo lavoro ha influito sul tuo?
Sinceramente no, o almeno non consciamente. Conosco l’opera di Stieglitz e in particolare mi affascina una fotografia che ritrae le mani di sua moglie, la pittrice Georgia O’Keeffe che tra parentesi adoro. Risale al 1919 e la trovo bellissima, trasmette forza (ma non violenza), consapevolezza, armonia; sono mani sintetiche. Se poi si conosce la persona (ma soprattutto l’artista) alla quale quelle mani appartengono, la fotografia assume un significato ancora più profondo e toccante. La vita quanto l’arte è influenzata dalle esperienze, quindi se non mi sono razionalmente rifatta a Stieglitz non vuol dire che una parte di me non stesse remando proprio in quella direzione.
 
 
Perciò quali sono stati i tuoi “maestri inconsapevoli”?
Personalmente adoro, anzi, venero è più corretto, artisti come Robert Doisneau, Herbert Ritts e Robert Mapplethorpe ma soprattutto Annie Leibovitz: se dovessi scegliere uno sguardo sulle cose da sostituire al mio, sceglierei il suo. Non ho frequentato scuole di fotografia, sono una autodidatta che ha avuto la fortuna di incontrare tanti saggi maestri che le hanno trasmesso il proprio senso dell’arte, e uno in particolare mi ha insegnato una grande verità che mi ha letteralmente illuminata: “in fotografia l’unica cosa vera è la luce”. Da qui credo di aver capito che non era un caso che mi affascinasse così tanto Caravaggio, che dell’ombra ha fatto la sua musa. E nelle fotografie in bianco e nero l’equilibrio tra luce e oscurità è fondamentale. Insomma, tutto sembra tornare. Sento come se le mie fotografie fossero il naturale sbocco della mia vita, quindi pur non rifacendomi consapevolmente a nessun grande artista di qualsiasi disciplina, in realtà il mio sguardo è impregnato del loro.
 
 
Come sei approdata alla fotografia? Quali sono state le tue esperienze professionali più rilevanti?
Non so se attribuire il “come” al Caso o al Destino, ad ogni modo a un certo punto mi sono arresa all’evidenza: sin da piccola, pur non possedendo una macchina fotografica, guardavo le cose catturandone inquadrature insolite, che magari ad altri sfuggivano. Dopo un viaggio a Istanbul di qualche anno fa (credo fosse il 2008) ho capito che la fotografia era la mia strada. Nel 2012, poi, ho lavorato al catalogo dell’installazione monumentale all’Ara Pacis di Roberto Pietrosanti, e nello stesso anno per Livia Crispolti ho realizzato le fotografie del catalogo La cravatta fa l’uomo – The ties makes the man (Gangemi Editore). Un po’ di notorietà, poi, credo di averla acquisita nel 2011, quando una mia fotografia – scattata alle persone-libro dell’Associazione “Donne di Carta” durante una manifestazione a Roma – è stata selezionata da Eugenia Romanelli per apparire su Il Fatto Quotidiano.
 
 
E invece quali persone hanno arricchito il tuo percorso?
Da principio, devo molto alla mia famiglia, soprattutto alle donne di casa che sono il mio faro. Sono una ragazza fortunata perché le persone che ho accanto non mi hanno mai detto di trovarmi un lavoro serio, il famoso posto in banca, piuttosto mi hanno consigliato sì di trovarmi una fonte di reddito ma intanto di continuare con la fotografia, se quello era il mio sogno. Credo, in qualche modo, di dovere a mia madre, mia nonna e mia zia, anche l’idea delle tre Parche: infatti in memoria di mio nonno, in un paesino nelle Filippine abbiamo costruito “La casa dei nonni”, per tenere i bambini lontani dalla strada e da luoghi malsani, e ne abbiamo affidato la gestione a suor Rosanna Favero (persona eccezionale che ho conosciuto quando lavoravo per l’Opam). Tra le attività che ci permettono regolarmente di inviare loro del denaro, c’è la vendita di maglieria: mia madre, mia nonna e mia zia sferruzzano sciarpe e collane di lana quindi puoi immaginare che giro di uncinetti ci sia in casa, e questa manualità che crea una speranza per dei bambini che un giorno saranno uomini e donne consapevoli e istruiti, in qualche modo mi si è infiltrata dentro ed è sbocciata adesso, con questo progetto. E poi non posso non citare il team di Radio Godot. Grazie alla collaborazione con loro, ho potuto ancora di più concentrarmi sulla gestualità: in radio non appari, quindi puoi venire anche senza un velo di cipria e in tuta, se ti fa stare a tuo agio. Dunque, non essendo distratta da altro, ho notato come in assenza di una bellezza artefatta e impalcata, nascesse una armonia o una disarmonia gestuale che diventa identità. Una identità reale, intima, priva di maschere e sovrastrutture. Una identità che spero possa appartenere anche ai miei lavori. At last but not least, devo ringraziare anche Lucia Capparrucci, mia sincera amica, che è sempre la prima a vedere le mie fotografie perché mi fido del suo giudizio critico e analitico. È il mio specchio, che mi restituisce una immagine concreta di cose che a volte nemmeno io riesco a vedere.
 
 
Ultima domanda: se avessi una sfera di cristallo cosa vorresti sapere di te tra… 10 anni?
Una cosa che mi incuriosisce, è sapere come sarà cambiato – perché so che cambierà – il mio modo di guardare e quindi di fotografare. Come affermava Eraclito, è impossibile bagnarsi duo volte nello stesso fiume. Tutto scorre. Quindi chissà quale insenatura prenderò domani e come sarà il mare verso il quale, giorno dopo giorno, mi sto avvicinando. Sicuramente l’ipotesi che io possa smettere di guardare, fotografare e fluire non è nemmeno lontanamente paventabile…
Chiara, con le sue fotografie, sarebbe capace di rubare l’anima anche a chi non ce l’ha. So bene come lavora e quanto sia brava perché abbiamo condiviso, lei con la Canon e io con il Moleskine, l’avventura al Palazzo dei Congressi dell’Eur per l’edizione 2012 di Più Libri, Più Liberi. Ha rubato l’anima ai libri, alle persone, alle idee. A me invece ha rubato il fiato, perché ho dovuto rincorrerla per tutto il perimetro del Palazzo, ma questa è un’altra storia.
Nel Nome della Madre è la sua prima mostra personale, e in nessun caso come questo, la parola “personale” acquista un senso tanto immenso, tanto privato eppure divulgativo. Tenetela d’occhio perché è come l’acqua: libera e fuggevole. Tenetela d’occhio perché è come il marmo: maestosa e viva.


Nel Nome della Madre
  • mostra fotografica personale di Chiara Pasqualini
  • presso il Centro Culturale Gabriella Ferri
  • Roma, Largo Antonio Beltramelli (zona Tiburtino-Pietralata)
  • Vernissage: domenica 3 marzo 2013, ore 17.30-19.00
  • Reading di Monica Maggi.
La mostra rimarrà aperta al pubblico fino a venerdì 8 marzo.




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